
Ma dove lo nasconde ora sto giocattolo? Da quando Paporco è tornato a casa, Natal non sa più se i suoi nascondigli sono sicuri come prima. Quale posto è migliore della sacrestia dove solo lui abitualmente ci mette mano? Cosi decide che il burattino lo può nascondere nell’armadio, in fondo all’ultimo scaffale in alto, dove nessuno ci arriva e la perpetua non ci va certo a pulire.
Torna a casa quando Gino il campanaro, che Natal ha ribattezzato Gindon per il mestiere che fa, ha lasciato squillare l’ultimo tocco della solista che disperde il suono rimbalzando sui tetti, o cosi pare, visto che il piccolo Natal è raso terra e il suono scende a fontanella, perdendosi infine nei ciottoli del torrente lavato dall’acqua che corre.
“Buon giorno padre” “Ciao Natal, vieni a salutarmi”.
E come gli ha insegnato a fare mà, si avvicina e gli bacia la mano. Paporco non ha più in faccia i peli della prima sera e non puzza, anzi ha lo stesso profumo delle lenzuola pulite. Finalmente lo guarda in tutta la sua figura, poi gira la testa e vede che la tenda è sparita dalla stanza, con lei il suo letto, che è stato trasportato nello stanzino di sopra. Si sente strappato via da quell’angolo di casa che condivideva con la mamma. L’idea di svegliarsi di notte, inseguito dai sogni, lo fa sentire smarrito. L’unico rifugio ad occhi aperti sarà il silenzio del buio. Mangia in silenzio e poi va di sopra.
“Ne ho passate tante e viste altrettanto. Lucia il mondo sta cambiando, non è solo il ferro delle spade che lo conquista, ma la favella, la parola conta e tutto deve essere scritto. I tumuli di terra che mi ha concesso il barone, sono nostri finché campa, ma se muore nessuno potrà fare onorare la promessa fatta da un morto se questa non gli piace, perciò questa va scritta. Per tutto il sangue dei mori versato, per tutti quelli che ho squartato e ucciso, quando toccherà a me lasciare questa terra voglio che quel che è mio appartenga sempre al mio sangue.”
Natal ascoltava quelle parole disteso sul ciglio della porta che portava alla scala. Furtivo guardava giù. Pà parlava. Mà, a testa china stava zitta, e lui lì, accucciato che sembrava potesse morire solo per la paura di quello che stava sentendo.
“Ma perché proprio ora che sei tornato? Vilnius, potremmo stare insieme, tutti e tre, gioire finalmente di quello che la vita ci da, riprenderci il tempo che è volato via.”
“No Lucia, vedrai che tra nove mesi o un anno al massimo, Natal lo avrai sostituito con quel che il buon Dio ci manderà, lui nel frattempo potrà imparare a scrivere, so che leggere lo sa già fare, voglio che non debba temere di essere fregato per firme che non sarebbe in grado di mettere e che qualcun altro potrebbe fare per lui”.
“Ma io l’amo sto figlio! Non portarmelo via! In un monastero con i frati ora che ha solo otto anni. Quando lo rivedrò mi riconoscerà appena, sarò invecchiata, come mia madre con i capelli bianchi. Mi scambierà per la nonna o la zia.” Lucia piangente chiede se non ci sia un’altra via.
No. Sembra che lui ci abbia pensato a lungo negli ultimi mesi, da quando la guerra annunciava la sua fine e per lui l’inizio di nuova vita. Non sfamerà Natal col pane paterno che tempra, farà in modo che mangi altro pane, quello che disseta la mente, che possa imparare a scrivere e tener di conto.
Sono passati tre giorni da quando Natal, attraverso un vetro opaco di lacrime ha visto la scena e le sue mani cercavano di tappare le orecchie mentre la bocca succhiava forte la lingua nel palato per non far uscire suoni. In quei giorni pà era andato spesso a trovare fra Germano ed ora è deciso, Natal andrà a Castagnon tra i frati a studiare.
Il viaggio lo compiono col carro trainato da un mulo, è pà che lo porta a Castagnon. Partono che non è ancora giorno. Pà gli dice che è fortunato, che la sistemazione trovata è stata possibile grazie alle sue conoscenze nella chiesa. Natal immagina la chiesa del borgo, con il suo campanile stagliato in cielo dove sembra infilarsi quando è azzurro, e che faccia da fuso alle nuvole per tirarne i fili e trasformarle in pioggia. La mamma ha pianto. Per un pezzo li ha accompagnati a piedi stando di fianco al carro che sobbalza tra le pietre sconnesse dell’antica strada. Prima di voltarsi lo ha salutato ancora. Ha sfiorato il suo braccio e avrebbe voluto abbracciarla. Tirandosi indietro ha pianto, in silenzio. Ancora una volta in silenzio. Non voleva mostrare la sua pena a Paporco che se ne stava con le briglie in mano, un fuscello d’erba in bocca e lo sguardo fisso avanti.
Forse un altro, uno veramente povero, al suo posto sarebbe stato contento di fare quella strada, di andare a trovare calore in un monastero protetto dalle mura alte e dalla mano divina. Fra Germano nel salutarlo gli ha detto di stare a sentire sempre i consigli di chi avrà l’incarico d’istruirlo, di non aver fretta, di aspettare i momenti giusti per fare ogni cosa.
Com’era diverso dal Fra Germano che aveva frequentato per tutto questo tempo.
Mentre stava a pensare lo coglie il sonno e un sogno. Si trova in un bosco. Non è quello dove è stato tante volte a cercar funghi, erbe o a raccoglier castagne, è un bosco diverso dove le piante sono molto più alte dei castagni che crescono oltre il paese. Un bosco dove gli alberi hanno tronchi che due uomini grandi non riuscirebbero ad abbracciare e i rami vengono giù a sfiorare il terreno. Un raggio di luce filtra tra lo spesso strato di aghi che crescono sui rami che pendono carichi di neve. Mentre cammina scosta i rami, un raggio di sole comincia a muoversi accarezzando la polvere di neve che si sparge al vento. Non è più un raggio di sole appoggiato alla polvere nevosa, ma tante tante farfalle color della luce che si spostano andando verso il cielo e poi d’improvviso tornano indietro, che lo circondano e avvolgono quasi a portarlo via con loro, e diventano acqua poggiandosi a terra. D’improvviso comincia a piovere, una pioggia fitta, le farfalle sono sparite e le sue mani cercano di proteggere la testa dalle gocce che cadono. Una buca nel terreno fa sobbalzare il carro e Natal si sveglia con la testa che penzola oltre il sedile, la mano di pà che lo trattiene e la sua voce, “sta attento Natal che caschi. Se devi dormire sdraiati sul pianale dietro”.
Natal prende il polso del padre con entrambe le mani e si tira su. E’ il primo contatto che Natal ricorda di aver avuto con lui dopo l’abbraccio della prima sera e il rito del baciamano. In tutte quelle occasioni però non era lui che lo cercava. Stavolta il gesto gli rimane impresso. Ha sentito il braccio forte del padre, quello capace di impugnar la spada e farla vorticare contro i nemici, l’ha sentito e si è sentito, una volta tanto e per sempre, protetto da colui che tanto ha odiato, ha stretto forte la sua mano. Non si è mai illuso di poter rammentare per sempre quel gesto, ma così è se a distanza di tempo lo ricorda ancora.
Aiutato dal braccio del babbo è saltato sul pianale, si è infilato sotto il telo che copre la biada che avrebbe sfamato il mulo che tirava il carro. In quel giaciglio improvviso dorme a lungo. Quando caccia fuori la testa il cielo è illuminato dal sole ormai alto. Si stiracchia a dovere per svegliare le articolazioni e mettersi seduto.
Quasi l’avesse sentito, pà si volge indietro, e guardando Natal in viso, mentre il suo sguardo sfugge da lui e si abbassa sul sedile, gli dice “dormito bene?” è quasi ora di mangiar qualcosa” e tira fuori da una sacca una grossa pagnotta che la madre ha cucinato il giorno prima. Infilandosi le briglie sotto una coscia, tira fuori un coltello, taglia una fetta di pane e la porge al figlio. Poi gli da una pera e del formaggio. Altrettanto fa per se. Natal addenta prima la pera poi il formaggio e infine il pane . Mastica lento e deglutisce il tutto. Sembra una polpetta unita dalla saliva, quasi gli resta in gola. Lo stomaco però, ancora vuoto dal giorno prima, spalanca le sue fauci ed accoglie il composto pizzicante di pane e formaggio che la pera addolcisce.
“Hai sete? Tieni bevi” gli porge un otre di pelle in cui l’acqua si mantiene fresca.
“Prima che faccia buio saremo arrivati, mi raccomando presentati bene, sta zitto quando parlo e non parlare se non ti viene chiesto”.
Gli sembra d’aver trascorso il pomeriggio di quel lungo viaggio con la testa appoggiata alle ginocchia raccolte tra le esili braccia. Ogni tanto si stendeva e qualche volta si tirava su in piedi, il movimento irregolare del carro lo costringeva a ritornar seduto. Solo silenzio, il rumore delle ruote di legno rivestite in ferro sui sassi e il clip clap degli zoccoli. Ogni tanto, quando un rivolo d’acqua o un ruscello, interrompevano la strada, pà gridava “ohhh feeerma”, lasciava bere l’animale e un paio di volte ha legato una saccoccia piena di biada al collo del mulo che così ha mangiato. Diverse volte Natal è sceso dal carro per raccogliere lo sterco con una paletta di legno per poi riporlo nella cassetta che c’era sotto il fondale del carretto. L’avrebbero utilizzato a casa, come concime o una volta rinsecchito, per scaldarsi d’inverno o per bollire l’acqua nella pentola di rame appoggiata alla stufa di ferro.
“Non bisogna buttar via niente, la vita e dura e tutto quel che si mangia, anche se finisce in merda, lo si deve utilizzare almeno un’altra volta, pena la fame.”
Ne avrebbe raccolto tanto di sterco nella stalla del convento negli anni successivi. “Che se ne fanno i frati di tutta quella merda mischiata alla lettiera? – sarebbe stato uno dei suoi pensieri - Che serva ad alimentar le fiamme dell’inferno per tener buono il diavolo?”